Corteo contro lo sgombero dell’exMOI

barchette Oggi svariate centinaia di persone tra rifugiati, migranti e solidali hanno sfilato pacificamente nel centro di Torino per opporsi all’ordinanza di sgombero dell’exMOI, le 4 palazzine abbandonate per 7 anni in zona Lingotto. Occupate nel 2013 da 750 tra rifugiati e migranti, molti di loro si sono ritrovati oggi a Porta Nuova alle 16. Tra di loro anche donne e bambini. Dietro lo striscione “Casa, Lavoro, Dignità – Non si sgombera la libertà”, molti ragazzi che hanno scritto i loro cartelli. Alcuni hanno anche creato uno striscione con tutte le bandiere dei loro 26 paesi con una grande Africa nera in centro.
Arrivati in piazza castello, sotto il palazzo della regione, alcuni occupanti dell’exmoi hanno raccontato le loro esperienze della mala-accoglienza dell’emergenza Nord Africa, storie simili a quelle di altri rifugiati che hanno preso parola, attualmente “accolti” nei centri di accoglienza torinesi, molto simili a quelle di mafia capitale.
Nel mentre uno telo azzurro mare veniva steso davanti alle prime file del corteo, riempito di barchette di carta, che venivano poi lanciate in aria a simulare la necessità della rimozione delle frontiere. Il corteo è proseguito verso il comune, dove è stato accolto dai musicisti di Bandaradan che hanno avvicinato chi si affacciava dalle vie limitrofe e fatto ballare molti del corteo. Mentre si ricordavano le tappe della lotta per la residenza, alcune foto simboliche sono state appese davanti al comune, a ricordare la presenza dei rifugiati nelle palazzine dell’ex villaggio olimpico, volti e corpi di persone e non numeri e merce per politicanti affaristi e razzisti.
Il corteo è passato per l’anagrafe, dove è stato attaccato uno striscione simbolico: “Rispetto quale? Residenza virtuale!” a ricordare il risultato della lunga lotta dei rifugiati che a dicembre 2013 hanno ottenuto ciò che è negato in quasi tutto il territorio italiano: una residenza individuale e l’accesso ai diritti fondamentali. La residenza di Via della Casa Comunale 3 spesso non è riconosciuta dagli uffici, soprattutto dalla Questura al momento del rinnovo, anche se dovrebbe esserlo.
Il corteo è terminato a Porta Palazzo, luogo antirazzista per definizione, alle 19 dove i rifugiati hanno potuto spiegare le loro ragioni ai presenti in piazza e ricordare i prossimi appuntamenti di mobilitazione, a cominciare dall’assemblea convocata per Giovedì 19 marzo a Palazzo Nuovo per organizzare tutti insieme, migranti e non, Sabato 28 marzo,
l’accoglienza che merita il razzista per eccellenza Salvini ed i suoi accoliti neofascisti di
Casa Pound.

La giornata è stata una chiara risposta al comune e soprattutto ai consiglieri di centrodestra che si sono spesi molto in questi mesi per criminalizzare l’occupazione. In questo senso è stata significativa la presenza di abitanti del quartiere Nizza-Lingotto e studenti, solidali con l’exMOI.
Più che riuscito l’intento comunicativo: molti sono stati i curiosi che si sono avvicinati al corteo per chiedere il volantino e gli stessi rifugiati si sono spesso fermati a dare spiegazioni. In quest’ottica il 2° compleanno dell’exMOI, che si svolgerà il 20 marzo alla Cavallerizza Reale e il 29 marzo in via giordano bruno, sarà un’occasione per un dibattito allargato con la cittadinanza.

A Torino, all’ex­MOI, la paura non è di casa!

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30 giorni per decidere – Riflessioni sull’exMOI a rischio sgombero

riccaLunedì 2 Marzo il consiglio comunale ha votato una proposta di mozione della Lega Nord che chiede di deliberare riguardo tempi e modi della “liberazione” delle palazzine exMOI entro 30 giorni. (Foto a destra – Click per ingrandire) La proposta è arrivata nel mezzo della concitata discussione sulle arcate, il sito dell’ex mercato, situate a poche decine di metri dalle palazzine occupate, saltuariamente sede di Paratissima e futura sede di un polo scientifico-tecnologico di Politecnico e Università. La stessa tecnica era stata adottata dal centro-destra per far approvare il sopralluogo alle palazzine. Mentre si deliberava sugli investimenti nelle arcate, il centro-destra ha infilato una mozione riguardate le case occupate. Non stupisce la proposta dalla Lega, ne che Fratelli d’Italia e Nuovo Centro Destra diano manforte. Ma perché il PD ha compattamente votato a favore? Quasi sicuramente questa mozione non sarà vincolante, nessuno deciderà in 30 giorni cosa fare di 800 rifugiati e si rimanderà ancora. La mozione è tanto inutile da non comparire quasi sui giornali. Piuttosto è indicativa di una linea di pensiero, una linea che connette il decoro con l’emergenza. La stessa linea lungimirante che porta a spendere 5 milioni di euro per sgomberare centinaia di Rom, per dar casa solo a poche decine di loro. Lo stesso avviene ora: dopo aver ignorato la situazione per due anni il comune decide di applicare la legge in maniera discrezionale, funzionale alla situazione. Alcuni esempi. Quando serve il piano casa di Renzi viene attivato e a Roma centinaia di rifugiati che occupano Palazzo Selam, perdono la residenza. A Torino questo non succede poiché da anni si lotta per il diritto alla residenza, un diritto che il comune ha riconosciuto. Per l’exTelecom occupata di Bologna, dove abitano 200 persone, non è stato subito disposto il sequestro, poiché questo non pone un reale vincolo per gli occupanti, nessuno abbandona l’edificio. Piuttosto la volontà politica, a sgombero effettuato, può essere certificata dal sequestro giudiziario. A Torino succede il contrario, l’atto della procura viene usato dal comune come scusa per sgomberare. E’ evidente l’uso della legge a supporto della propaganda trasversale che vede nei problemi sociali semplici questioni di ordine pubblico. Il modello è sempre lo stesso. All’inizio in un quartiere nasce lo scontento creato da cause esterne. Arriva la movida rumorosa, frutto della politica della Torino Universitaria, arrivano lo spaccio-furto-accattonaggio, frutto di politiche sul lavoro fallimentari, arriva una nuova occupazione, frutto della mancanza di politiche su reddito e abitazione, arrivano i rifugiati, per via di conflitti, accordi internazionali e carenza d’integrazione. Sul nuovo fenomeno si scaricano tutti i problemi del quartiere. La destra in questo senso è funzionale al sistema di riqualificazione. Promuove, a fini elettorali, manifestazioni populiste o apertamente razziste che focalizzano l’attenzione sulle paure momentanee. Infine il comune targato PD interviene per calmare “i cittadini scontenti” che gridano al degrado, concede di tutto a chi può investire nel quartiere e sposta il disagio un po più in la, magari verso le periferie. E il gioco riparte. Il comune ha convinto Università e Politecnico a insediarsi in quartiere con il polo di ricerca all’exMOI e presto nell’area exAVIO con la città della salute. Questo giustifica le mozioni che impegnano la Giunta ad attivarsi per l’esecuzione dello sgombero. Nel testo della mozione i rifugiati diventano definitivamente i portatori del degrado. Quello che è detto in toni chiaramente razzisti nei valori e nelle pratiche, da Lega Nord e Fratelli d’Italia, deve essere giustificato dall’investimento economico per poter essere firmato dal PD: non si può mettere un polo di eccellenza a fianco alla più grande occupazione auto-organizzata d’Europa, non per razzismo ma per logiche economiche. L’amministrazione tollera le altre case occupate di rifugiati, luoghi messi peggio del MOI e dove non c’è il nucleo di auto-organizzazione politica che li sta nascendo. Via Bologna, corso Chieri, corso peschiera sono tutte case di passaggio. Luoghi funzionali al mercato dell’immigrato, ultima tappa dell’ingranaggio che mastica il rifugiato fino all’ultimo centesimo. Per questo sono comode e intoccabili. Una volta digerite queste riflessioni, la presenza del MOI diventa simbolica non del degrado ma delle carenze sistematiche: le difficoltà nel rinnovo del permesso e nel riconoscimento della residenza, l’obbligo di lavorare dove non c’è lavoro, la difficoltà di avere un contratto legale, la costante ricerca di lavoro nero, magari nei campi dove si aspettano mesi per lavorare giorni, l’impossibilità di andare in altri paesi d’europa o di tornare nel proprio. Le occupazioni come il MOI servono a riacquistare una stabilità, dare respiro e poter ripartire da qualcosa come la casa per poi riaffermarsi come lavoratori, cittadini, studenti e tanto altro. Le occupazioni sono la spia di allarme di carenze sistematiche, la cui soluzione non è uno sgombero, ma precise scelte politiche. Contestare la legge perversa e ideologica che regola la vita dei migranti e la logica del “ripristino della legalità”, queste sono le reali soluzioni.

Sullo sgombero, un po’ di chiarezza

La procura di Torino chiede di sgomberarli, come se si trattasse di immondizia. Invece si sta parlando di 750 persone, il 15 per cento donne e una trentina di bambini. Molti dei rifugiati sono scappati dalla guerra in Libia e sono finiti in strada a marzo 2013, esauriti i fondi dell’Emergenza Nord-Africa. Questi esseri umani, provenienti da 26 paesi africani, hanno trovato rifugio nelle quattro Palazzine dell’ex Villaggio Olimpico, abbandonate da 7 anni. Il comune non era riuscito a farle fruttare perché costruite male, ma con soldi pubblici. La procura non ha mai indagato su impianti, struttura o ditte appaltatrici.

Sappiamo che questa indagine e sequestro non significano sgombero imminente, un giudice autorizza lo sgombero ma sta alla politica decidere i tempi. Lo sgombero eseguito con la forza significa scontrarsi con i rifugiati e il comitato, con coloro che difendono il diritto a un tetto per tutti. Effettuare lo sgombero con la forza vuol dire che la politica non può dare alternative: tutti fuori e basta. Intanto i giornali creano la solita confusione: lo sgombero non avverrà domani. Crediamo che sia poco fattibile ributtare centinaia di persone in strada. L’unica altra modalità con cui la politica tratta i rifugiati sono i progetti. Uno sgombero assistito tuttavia costa caro, comporta offrire un’alternativa agli occupanti. Inoltre la storia delle occupazioni torinesi di rifugiati insegna che gli sgomberi assistiti finiscono male. Pensiamo a Corso Peschiera, dove alla fine di innumerevoli tavoli molti sono finiti in strada.
Nessuna delle due è una buona prospettiva.

Nelle palazzine olimpiche molti hanno cominciato ad avere una vita stabile: un posto dove tornare dopo il lavoro nelle campagne di Saluzzo o Rosarno, piccole borse lavoro, una famiglia e un comitato di solidali pronti ad aiutarli. Qui molti per la prima volta hanno imparato l’italiano, insegnato da volontari in collaborazione con i CTP (Braccini e C. di Mirafiori).

FdI, Lega e FI non aspettavano altro che la parola sgombero su un giornale, vogliono vedere in questa occupazione solo illegalità e degrado, vogliono incastrare il comune. Troviamo ridicolo attaccarsi alle poche liti avvenute in quasi due anni.
La realtà è che nessuno dei cittadini si sente minacciato, prova è che ogni iniziativa antidegrado è stata un flop. Molti sono i cittadini che collaborano con gli abitanti e gli stessi rifugiati sono in grado di autoregolarsi. Non regna il caos, i rappresentanti (1 o 2 per appartamento) si incontrano regolarmente per affrontare problemi comuni e per confrontarsi con il comitato di solidarietà che offre supporto medico, linguistico e legale. Si è instaurato un dialogo con la circoscrizione, unica istituzione che ha rotto il silenzio e che è in contatto con alcuni dei rappresentanti. La collaborazione con AMIAT ha permesso di rimuovere le barriere, sistemare il cortile e ripulire l’area.

Durante questo percorso di quasi due anni si è creata una rete di collaborazione e supporto con alcune realtà del territorio: CSOA Askatasuna, CSOA Gabrio, Pastorale Migranti, Ingegneri senza Frontiere, Microclinica Fatih, Frantz Fanon, Mamre, Gruppo Abele, Sermig, Anpi sez. Lingotto. Tutti solidali con l’occupazione, unica reale soluzione per i rifugiati a Torino, una volta finiti i progetti.
Ricordiamo infatti che in una nota del 23 maggio l’UNHCR scriveva che “sono migliaia i rifugiati costretti a vivere in palazzi abbandonati e occupati nelle principali città italiane quali Roma, Milano, Torino, a causa dell’inadeguatezza dell’accoglienza e dell’insufficienza dei progetti di integrazione”. A Torino sono oltre il migliaio in 8 diversi palazzi.

Lo stato italiano ha scelto di perseguire chi dovrebbe proteggere, preferendo tutelare il diritto alla proprietà piuttosto che i diritti umani.

In questi giorni ci confronteremo con gli abitanti, determinati e uniti nel difendere il diritto alla casa di tutti e tutte.

Infine alcune precisazioni per chi fosse venuto solo ora in contatto con l’exMOI:

  • Gli abitanti sono rifugiati con vari permessi di soggiorno. Non clandestini terroristi. Faticano ogni giorno per rinnovare il permesso, che costa loro tra i 100 e i 250 euro ogni rinnovo. Per molti il rinnovo è annuale, a molti infatti è stato categoricamente dato il permesso umanitario senza realmente analizzare la loro domanda di asilo.
  • Il nostro comitato è costituito da studenti, lavoratori e precari italiani e immigrati. Siamo vicini ai centri sociali Askatasuna e Gabrio in quanto uniche realtà che si occupano concretamente di supportare rifugiati e migranti. Questi sono gli unici che hanno creduto nella lotta per la residenza e che portano avanti battaglie in cui crediamo.
  • Le 4 palazzine occupate sono state vuote per anni e non avevano nessuna destinazione d’uso, men che meno essere date agli italiani, per questo sono state al Fondo città di Torino. Questo paga acqua e luce, non i contribuenti.
  • Le liti avvenute erano sempre a sfondo personale, nessuna aveva motivazione etnica o religiosa. Molti appartamenti sono infatti condivisi tra nazionalità e religioni diverse.

Sullo sgombero di Corso Traiano

cso traianoIl 18 di giugno la questura di Torino manda svariate camionette per sgombrare una trentina di persone, soprattutto famiglie di rifugiati, che vivevano in una delle case occupate qui a Torino, una palazzina in Corso Traiano 128. Era l’occupazione più facile da smantellare. Un rappresentante della proprietà (supermercati Pam), accorso sul luogo dello sgombero dichiara di non aver sollecitato quell’intervento.

Quale pericolo per la cittadinanza e la sicurezza pubblica rappresentavano 13 famiglie con dieci bambinetti, due neonati, due donne in cinta, da richiedere l’intervento all’alba della forza pubblica?

Con sommo spavento soprattutto dei più piccoli, poliziotti e carabinieri irrompono nelle stanze alle 6 del mattino svegliando di soprassalto tutti i residenti. La forza pubblica intima di lasciare lo stabile, disponendo i lavori per murarne gli ingressi. Desolati madre e padri vestono i bambini mettono insieme in tutta fretta l’indispensabile e escono con i figli in braccio e per mano, i passeggini e le carrozzine sono diventati mezzi per trasportare indumenti, pannolini, generi di prima necessità; sono portati fuori i materassi con la biancheria, qualche cartone con i viveri. Alcune ore più tardi un’assistente sociale propone alle famiglie di andare provvisoriamente in una casa di riposo per anziani a Quattordio, 1668 abitanti, 75 chilometri da Torino, situato a metà strada fra Alessandria e
Asti, dove per altro non ci sarebbe stato l’uso di cucina. A una donna al nono mese di gravidanza viene offerto fino ad agosto un posto al Sermig, ma solo a lei e alle figlioletta, il marito deve arrangiarsi. Tutti rifiutano fermamente questa opzione e optano per un presidio sotto il Comune di Torino.

Queste persone pagavano regolarmente le utenze del fabbricato di Corso Traiano, che era rimasto vuoto per anni, soggetto a saccheggi e degrado. Gli occupanti ne avevano ridipinto le pareti, messo a posto i rubinetti e svolto altri lavori di manutenzione, che avevano restituito decoro alla casa e all’isolato. Le stanze erano state arredate nel modo più normale possibile, per vivere dignitosamente come cercano di fare tutti. I bambini frequentavano la scuola elementare e la scuola materna. Soprattutto i padri procuravano alla famiglia da vivere con lavori magari al margine dell’economia tipica di una grande città, lavori conquistati giorno dopo giorno; le signore in cinta erano seguito da un ginecologo, i bambini da un pediatra. Adesso quei bambini traumatizzati chiedono agli adulti quando
potranno tornare nella loro casa.

I rifugiati sono persone che, ovviamente, come tutti gli esseri umani stabiliscono legami con il loro ambiente, fondano famiglie e non sono pacchi da spostare e da dividere a seconda della necessità, come se a loro bastasse sopravvivere, poco importa dove, come e con chi. Un ospizio per vecchi, in un paese ignoto, di poche anime, un luogo a conti fatti
impossibile da raggiungere per chi lavori a Torino, e percepisca un reddito di sussistenza, era una proposta di fatto inaccettabile. L’unica ricevuta.

Lo stesso giorno dello sgombero Piero Fassino, in quanto Presidente dell’Associazione Comuni Italiani era a Roma per firmare il Protocollo d’Intesa fra ANCI e UNICEF Italia. «Siamo come ANCI da sempre sensibili ai temi legati alla tutela dei minori, sia italiani che stranieri – dice in quella occasione Fassino – spiegando che il protocollo testimonierebbe l’impegno dell’Associazione dei Comuni Italiani in “passato e futuro, a fianco di UNICEF, per dare concretezza ai principi sanciti nella Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, partendo dal basso e quindi dalle realtà locali.»

Pare che il Comune non sia stato informato dalla Questura di quella decisione. Eppure nessun rappresentante di questa città o di questa Regione ha sollevato pubblica protesta contro queste pratiche poliziesche indegne di un paese democratico, che ci ricordano tempi infausti. Nessuno si è chiesto che fine abbiano fatto quelle donne e quei bambini che il 18 hanno atteso tutto il giorno in Piazza Palazzo di Città che qualche rappresentante del Comune li incontrasse. La sola presenza pubblica su quella piazza sono stati i tre blindati della polizia posti a proteggere il Comune. Proteggere da chi?

Com’è possibile che coloro che hanno davvero bisogno di protezione nella nostra città, che siano bambini, donne in cinta o adulti, proprio coloro che hanno lasciato tutto alle spalle per salvarsi la vita, siano abbandonati a se stessi?
Lo Stato nella nostra città si mostra in uniforme per difendere in modo astratto e ideologico il diritto di proprietà, ma si dimostra disarmato quando si tratta di tutelare ben altri diritti, quelli dell’infanzia e dei cittadini più deboli?

Chi ha una coscienza non inerte si trova obbligato a praticare la disobbedienza civile per aiutare concretamente coloro che lo Stato dovrebbe tutelare, ma che irresponsabilmente abbandona.

Fonti:

Infoaut – Torino. Corso Traiano sotto sgombero. Decine di famiglie in mezzo alla strada
Radio Onda D’urto – CASA: SGOMBERO IN CORSO TRAIANO A TORINO. 13 FAMIGLIE SENZA UN TETTO.
Repubblica Torino – Il corteo dopo lo sgombero di corso Traiano
Nuova Società – Sotto sgombero la palazzina occupata di corso Traiano 128
Quotidiano Piemontese – Torino, sgombero in corso nella palazzina occupata di corso Traiano – video