Quella carogna di Davide che fa paura al probo Golia

È stata l’inconsistenza del progetto MOI a far chiudere l’ufficio del project manager non certo le proteste degli abitanti o le critiche del nostro comitato, a cui nessuno ha ritenuto di rispondere.

Leggiamo giorno dopo giorno gli articoli che soprattutto “La Stampa” pubblica con regolarità sull’ex Moi come per dare ossigeno al grande Progetto MOI, guidato dalla Compagnia di San Paolo e dal suo manager. A noi prende una certa nausea mista a esasperazione nel leggere ogni volta informazioni e riferimenti che hanno poco a che fare con la realtà. Mai un approfondimento vero, mai una domanda posta ai responsabili di tale progetto. Anche se la realtà compare in tutta la sua complessità in altre pagine dello stesso numero di giornale. In quello del 22 gennaio per esempio un titolo riporta la denuncia della presidente della Onlus Il cuore in Siria Claudia Ceniti (funzionaria di banca milanese): Nessuno affitta una casa alla famiglia siriana”.  Ma guarda! E pensare che si tratta di una famiglia tanto presentabile come ci dice la foto, dove compaiono sorridenti «papà Ghassan, mamma Dounia e i loro tre figli, tra i quali la piccola Mayar, affetta da glicogenosi genetica [che] oggi va a scuola, come i suoi due fratelli e parla perfettamente italiano» . La Stampa aveva contribuito a farli arrivare in Italia, ma poi cinquanta proprietari torinesi hanno preferito affittare a una famiglia italiana invece che a una famiglia siriana il loro appartamento.

Sempre nello stesso giorno un articolo sull’ex Moi. Sta a vedere che questo passerà alla (misera) storia della città: che il Golia a sei teste (l’amministrazione Appendino, la Compagnia di San Paolo, la Prefettura, la Città Metropolitana, la Regione e non ultima la Diocesi) venne sconfitto da dei Davidi (volontari e da qualche sparuto migrante). Tanto solerte fu l’alleanza delle istituzioni e piena di buona volontà e di ottime idee e intenzioni nello schierare il suo Progetto risolutivo. Ma tale concertato Progetto non poté essere vittorioso a causa della «bocciatura dei comitati di volontari», e dalle «proteste violente di un pugno di migranti», che un giorno non demolirono bensì misero (simbolicamente) le scrivanie dell’ufficio del team di Project Management fuori dalla porta. Inoltre l’articolista ricorda «l’aggressione allo stesso project manager dei mediatori culturali», cioè il pugno inferto al «manager dei mediatori» da una persona purtroppo non più in possesso del pieno equilibrio psichico (come sa lo psichiatra che lo segue). Ma cos’è un «manager dei mediatori»? Ma di quali MEDIATORI si sta parlando? In quell’ufficio c’è un’equipe sedicente di Project Management, con a capo un Project-Manager – che si avvale è vero tra gli altri della collaborazione di alcuni mediatori – il cui scopo non è la mediazione, ma la “liberazione” o “restituzione”, cioè sgombero dei palazzi. Che tale team con tale incarico in tale ufficio non abbia riscontrato l’entusiasmo degli occupanti e che il Project Manager, ex cooperatore internazionale, non sia stato accolto a braccia aperte come gli sarà successo in passato, ci pare che non debba sorprendere.

Ma come può il comitato formato da poche manciate di volontari competere con gli uffici stampa delle benemerite istituzioni, prima fra tutte la Compagnia di San Paolo, efficienti nel raccontare che si stanno dando un gran da fare per risolvere quello che sembra essere il problema cardine della nostra città.

Ma cosa vogliano fare, in che modo e cosa stiano realmente facendo, di questo parlano meno, quasi niente.

Vorremmo invitare i giornalisti tanto solerti a far da cassa di risonanza di quegli uffici stampa di leggersi o rileggersi con calma il documento (lo trovate qui o lo potete richiedere a: comitatosolidarietarifugiati@gmail.com) che con fondati argomenti è stato diffuso nelle scorse settimane dal nostro comitato e consegnato il 12 dicembre alle istituzioni impegnate nel Progetto MOI. È passato un mese e mezzo e nessuno delle istituzioni dell’alleanza, ha ritenuto di voler discutere di tali argomentazioni almeno di fronte a quegli enti e associazioni, che volevano a tutti i costi coinvolte nel progetto “partecipato”.

Se i giornalisti non avessero tempo e voglia di leggersi tutto il documento, che in effetti è lungo alcune pagine, allora che si segnino queste domande per porle alla prima occasione a chi di dovere, così forse potrebbero spiegarsi e spiegare come mai tanta ingratitudine da parte degli abitanti verso coloro che li vogliono mandare via dall’ex MOI.

Che si chieda per esempio dove credano di trovare manager e collaboratori, scaduti i 6 o 12 mesi di “accompagnamento abitativo”, gli affittuari disposti a dare un alloggio a dei giovani africani, troppo grandi per essere tanto carucci e in genere ancora in salute per destare pietà. Ma soprattutto non in possesso di contratti di lavoro a tempo indeterminato.

Si chieda come farebbero l’80 per cento di quei giovani africani a raggiungere l’autonomia dopo sei mesi o un anno di temporanea assistenza (come sostiene il Progetto MOI). Li manderanno tutti a saldare navi da crociera, o a pelare patate nei ristoranti del territorio metropolitano (visto che si parla sempre e solo di posti nei cantieri navali e  per aiuto-cuoco)?

Si chieda che fine hanno fatto quelli che vivevano nei sotterranei, che per fortuna non erano 400 come aveva scritto “La Stampa”? Chi li sta seguendo e accompagnando dove? Come mai è stato imposto un compenso di 20-22 Euro per ognuno nei centri di accoglienza (quelli che di solito accolgono come Cas chi è arrivato da poco e mandato da Settimo, e di Euro ne ricevono 35). Come ci è stato detto da un responsabile:

«Ci hanno proposto un patto economico diverso, dicendoci che avrebbero avuto bisogno di un accompagnamento leggero perché trattasi di persone qui da tanto tempo, cosa che giustificava i 20/22 euro al giorno. Ma non era vero niente, le persone che ci hanno mandato non parlano italiano ed è vero che conoscono un po’ il territorio, ma ci hanno vissuto come topi. Il primo mese lo abbiamo dovuto regalare, ci hanno detto che è la ‘nostra missione’. È vero che noi abbiamo il coltello dalla parte della lama». Certo non possono fare troppo gli schifiltosi, altrimenti la prossima volta la Prefettura si ricorda di loro e non gli manda più nessuno, tanto gli accordi con la Libia hanno fatto diminuire i salvataggi in mare.

 Il giorno prima o il giorno stesso cooperative e associazioni sono state informate che sarebbero arrivati gli sfollati dai garage; alcuni di loro sono finiti a Coazze e si sono perse le loro tracce, la cooperativa che li accoglie ha il telefono disattivato. Solo su sollecito dei dirigenti dei Cas cittadini coinvolti c’è stato un incontro col Prefetto e con il Comune tre settimane dopo l’arrivo delle persone nei centri. La Prefettura sta cercando soluzioni fantasiose per aggirare il problema che alcuni di loro sono diniegati senza possibilità di fare ricorso; rilascia permessi a scadenza di sei mesi. Quelli presi negli spazi abitativi della Diocesi sono in maggioranza irregolari, con le situazioni più svariate; alcuni hanno bisogno di avere un serio accompagnamento psichiatrico. Ricevono il cibo con il catering, non hanno una cucina comune attrezzata per così tante persone. Ma se l’avessero non si sa dove troverebbero il cibo da cucinare. Quanto tempo dovranno rimanere in quelle strutture gli sfollati dai garage è poco chiaro; a chi è stato detto due mesi, chi teme che durerà molto più a lungo. E allora dove manderà il project manager la prossima tornata di occupanti, quelli che abitano la prima palazzina, che già si doveva sgomberare a inizio estate 2017 e che adesso dicono che sgombreranno verso marzo, o forse dopo visto che a marzo ci sono le elezioni e sono tutti molto occupati?

Il sospetto è che il Tavolo istituzionale e i suoi tecnici non sappiano da che parte voltarsi. Hanno annunciato di fare e disfare, millantato, questo soprattutto. Poi è arrivato quella carogna di Davide che ha minacciato il prode Golia. Che si sia dovuto chiudere l’ufficio è stata quasi una fortuna, una buona scusa per attribuire alle resistenze contingenti l’inconsistenza della progettazione.

Noi come comitato volevano seriamente discutere dei termini del Progetto MOI, che non abbiamo contestato per partito preso, ma nel merito. Pensiamo che tante persone abbiano bisogno di un posto migliore dell’ex MOI. I palazzi sono sovraffollati, le riparazioni sebbene continue non stanno dietro ai guasti. Anche il Moi è pieno di famiglie, di bambini, di persone vulnerabili che stanno perdendo del tutto la ragione. Qualcuno si è buttato ripetutamente giù dalle finestre. Altri sono angosciati dalla paura di finire di nuovo in strada. Una giovane donna, rifugiata politica, recentemente è stata ricoverata in un ospedale cittadino nel reparto psichiatrico e poi mandata in una clinica. Aveva vissuto all’ex Moi, poi in un’altra occupazione più piccola e più facile da sgomberare. Era successo il mattino all’alba con spiegamento di polizia e come sottofondo le grida spaventate della decina di bambini piccoli strappati dal sonno e dai loro letti. Lei, in cinta di otto mesi, ha dovuto far fagotto in fretta e furia ed è uscita col marito, anche lui rifugiato politico, e un bimbo piccolo. Dopo vari pellegrinaggi la famiglia è stata accolta in un monolocale di una confraternita religiosa. Il marito ha fatto ripetutamente tirocini, ma poi non è stato mai preso nonostante le promesse. Allora lei ha accettato di lavorare come domestica tutto il giorno, anche se questo avrebbe significato vedere solo la sera i suoi bambini. Non ha retto, è stata male. Il padre religioso del convitto dove abita la famiglia ha detto che non la vuol far rientrare e spera così di spingere i servizi sociali di occuparsene. La clinica non vuole dimettere la donna se non ha una casa dove tornare. Incombe la minaccia che le portino via i bambini. Sebbene entrambi siano genitori amorevoli. Casi estremi?

Ci sono anche situazioni normali all’ex Moi di abitanti che hanno trovato un posto di lavoro fisso, ma nessuno gli affitta un appartamento. Provate a immaginare chi si azzardi ad affittare a uno che viene dal MOI dopo aver letto di tutto in questi anni sui giornali cittadini? Questa è una città che non si commuove nemmeno per quella famiglia siriana con una bambina malata, che forse adesso che è apparsa sul giornale riceverà una pietosa offerta. Glielo auguriamo davvero.

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