In risposta all’articolo “ExMoi, rissa a colpi di coltello”

Non è la prima volta che le cronache cittadine si occupano in maniera superficiale e pretestuosa dei rifugiati dell’ex Moi. Il 3 agosto c’è stata una lite tra due ragazzi, durante la quale uno dei due ha ferito l’altro in modo lieve. I due, connazionali e compagni di stanza, stavano discutendo per questioni personali e irrilevanti.
Non giustifichiamo in alcun modo l’uso della violenza, ma allo stesso tempo non possiamo tollerare le strumentalizzazioni di quei pennivendoli dell’informazione, soliti utilizzare anche il più piccolo avvenimento come espressione di una situazione “di tensione in atto da tempo”.

L’ex Moi è una dimensione estremamente eterogenea dove convivono più di venti nazionalità e, col tempo, si è venuta a creare una comunità i cui membri, non senza qualche difficoltà, sono riusciti a creare rapporti di solidarietà e aiuto reciproco, integrando le comprensibili divergenze d’opinione. Non esistono, come si legge nell’articolo de La Stampa, “gerarchie e gruppi dominanti, che impongono la loro «legge», anche con la violenza, agli altri residenti”. Leggiamo con indignazione di una fantomatica “componente islamica che ha assunto un ruolo dominante nel controllo delle strutture ed è in grado di decidere di chi può o non può entrare nel complesso”; tutto ciò esiste solo nella testa di chi al Moi non è mai stato. Massimo Numa non si è presentato per capire cosa veramente si vive in quelle palazzine, le istituzioni hanno sempre guardato da lontano la situazione e il comune si è totalmente disinteressato della questione.
Questo disinteresse generale ci tocca maggiormente quando si nomina il ruolo dei cosiddetti “attivisti dei centri sociali” che non sarebbero più “in grado di governare una situazione sempre più grave e delicata”. Ci tocca perché nel nostro comitato sono presenti persone del quartiere, studenti e semplici cittadini che si sono mossi in solidarietà. Varie associazioni ci supportano quotidianamente e molte altre hanno espresso la loro vicinza invitandoci a presentarci a loro eventi.

Cosa ha fatto il Comune per far fronte alle conseguenze della chiusura del Piano Emergenza Nord Africa? E come sono stati realizzati i tanto millantati progetti di riqualificazione dell’area dell’ex villaggio olimpico? Di fatto sono stati proprio quegli “attivisti dei centri sociali” che si sono sostituiti al Comune nella gestione della questione rifugiati, sollevando quest’ultimo dall’assunzione di una responsabilità che era e rimane tutt’ora di sua esclusiva competenza. Ci siamo sostituiti a livello sociale dando casa, aiuto nel reperire mobili e vestiti, dando assistenza medica, legale e burocratica, creando una scuola in loco che permettesse di accedere ai corsi di italiano, ci siamo organizzati assieme agli occupanti per riparare i danni strutturali degli edifici. Ci siamo sostituiti anche sul piano politico, quando abbiamo obbligato il comune a deliberare sul diritto alla residenza ai rifugiati e ogni volta che i rifugiati sono scesi in strada assieme a migranti e italiani per reclamare il diritto a casa e lavoro. Tutto ciò su base volontaria e con risorse irrisorie. Niente di tutto ciò ha meritato l’attenzione dei media.

Riteniamo che se si deve parlare di tensione questa è da attribuirsi al disinteresse della politica, che delega alla società e all’attivismo quella che dovrebbe essere la sua politica sociale. Una tensione dovuta alla mancanza di risposte serie e sistematiche alle questioni cruciali come il diritto alla casa, la libertà di movimento, il diritto al lavoro.

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